Gian Dàuli, chi era costui? Tra i molti scrittori che hanno onorato o disonorato Vicenza, noti e meno noti, Dàuli è il più sconosciuto. Un merito anche questo, in confronto ai tanti mediocri baciati da una fortuna sfacciata.
All'età di 61 anni moriva a Milano, il 29 dicembre 1945, l'estroso e controverso editore Giuseppe Ugo Nalato. Traduttore e scrittore che si firmava Gian Dàuli, era nato a Vicenza il 9 dicembre 1884, e vicentino era rimasto con i suoi romanzi che rispecchiavano drammatiche vicende autobiografiche vissute all'ombra dei monti Berici, e del Pasubio e del Summano, nonostante i suoi lavori attingessero al gusto cosmopolita e bohémien degli anni '20 e '30. Di famiglia impiegatizia, aveva pubblicato per la pagnotta anche con lo pseudonimo Ugo Caimpenta, dal luogo di origine Ca' Impenta alla periferia di Vicenza, fuori Porta Padova.
Autore di successo per un certo periodo, così Dàuli nel 1932 si era dipinto nelle parole di un suo personaggio, il miserabile protagonista de La Rua: "Un pazzo che ha girato mezzo mondo e credo faccia il giornalista e scriva anche romanzi". E una vecchia zia, personaggio in Carri nella notte, avrebbe rincarato la dose: "Un poco di buono che si è messo a girare il mondo perché non aveva voglia di studiare ed è tornato senza una posizione". Cosicché questo poco di buono, enfant terrible e figliol prodigo, una volta morto aveva cessato di esistere anche come scrittore, sprofondato nel dimenticatoio degli autori "maledetti", personaggi condannati all'oblio. Sopravvissuto solo nella memoria di rari, eccentrici esegeti, come il Raffaele Attardi che pubblicava nel 1952, con il titolo L'istinto e l'errore, la sua "fortunata tesi di laurea" dedicata all'artefice de La Rua, rivivendone "l'ironia e il dolore".
Un caposcuola della cultura popolare diffusa dalle bancarelle, lo descrisse in un articolo nel 1989 lo scrittore lombardo ed editore Alberto Vigevani, ricordando che lo sfortunato Dàuli "fu il più vivo, informato, vulcanico editore italiano degli anni che vanno da prima della Grande Guerra alla fine dell'ultima"; la cui competenza era tale, a detta di Valentino Bompiani, che metteva soggezione: "Sapeva tutto e mi intimidiva". Ma lo stesso Vigevani confessava di avere ignorato che "il maggior scopritore di talenti stranieri", da lui incontrato in due occasioni, era anche scrittore. Venne a saperlo solo quando lo ebbe riscoperto lo studioso francese Michel David, un quarto di secolo dopo la sua scomparsa.
E' merito infatti dell'italianista dell'Università di Grenoble, se Dàuli fu tirato fuori dal dimenticatoio, avendo curato nel 1973 una ristampa del romanzo Cabala bianca, ultima opera del vicentino uscita in piena guerra nel 1944. Alla ripresa italiana faceva eco a distanza, nel 1985, l'edizione francese Magie blanche nella versione di Marie Canavaggia, già traduttrice fedele di Dàuli fin dal 1939 con La Roue, nonché collaboratrice dello scrittore Louis-Ferdinand Céline, di cui proprio il nostro vicentino aveva fatto conoscere in Italia il Viaggio al termine della notte, facendolo tradurre nel 1933. Tuttavia la lodevole iniziativa editoriale, diretta a rendere noto il grande romanziere, non colse i frutti sperati se perfino a Vicenza non riuscì a destare che un tiepido interesse, riscontrabile nel conformismo critico di una Lea Quaretti, che del misconosciuto Dàuli scrisse con degnazione nell'antologia Scrittori di Vicenza, edita da Neri Pozza nel 1974.
Sennonché una studiosa più attenta e partecipe, Antonia Arslan dell'Università di Padova, in un suo "assaggio" della narrativa dauliana del 1980, faceva notare che alcune opere di Dàuli "conservano una forza espressiva tutt'altro che tramontata, una potenzialità di efficacia letteraria realmente non trascurabile; e che il suo nome di narratore risente dell'ostracismo dato all'avventuroso, anche se spesso lungimirante, editore". Aggiungendo che "un problema Dàuli esiste", rendendosi necessario "un inventario accurato di tutto quel patrimonio d'invenzioni narrative e strutturali che rendono spesso la lettura di Dàuli di sorprendente attualità". Opera di uno scrittore di libri popolari e organizzatore culturale che, mette in chiaro la Arslan, "disprezzava ogni rapporto - d'altronde cordialmente ricambiato - con l'ambiente della cultura ufficiale". E che sembrava avere più estimatori europei che italiani.
Giacché, dopo l'infanzia vicentina e la giovinezza passata a Venezia, il giovane Beppino Ugo Nalato, praticante giornalista, era andato a sprovincializzarsi in Inghilterra, ben prima degli emeriti Emilio Cecchi e Mario Praz meglio attrezzati culturalmente. Quindi in giro per l'Europa, ad assorbire una cultura eccentrica influenzata dalla "religione dell'umanità" di Comte e dalla fantasia celtica di Yeats, cultura che lo avrebbe messo in conflitto con le idee estetiche e morali allora prevalenti in Italia, idealistiche e superomistiche. Con il nome di Nalato, non ancora Dàuli, aveva cominciato nel 1910 una brillante attività di giornalista all'inglese, e di editore alla Sommaruga bizantino, in una Roma "spaventosamente corrotta". Dove, nella bohème di futuristi e di futuri rondisti, pubblicando libri di Bragaglia, Cecchi, Baldini, Morselli, era anche incappato nella prima delle sue cattive riuscite finanziarie. Non trascurava, nel frattempo, di scrivere su Vicenza e sui vicentini di spicco Paolo Lioy, Antonio Fogazzaro, Arturo Rossato, pure rivolgendosi a un pubblico internazionale con il suo hebdomadaire "Mundus" poliglotta.
Sposato dal 1912 con un'americana sua collaboratrice, dal 1917 si era legato a una svizzera ticinese. Umanista comtiano non meno che socialista mussoliniano, fu volontario nella Grande Guerra e ufficiale combattente sull'Ortigara, dove perse mezzo orecchio. Ma avendo "vissuta e combattuta la guerra con cuore saldo, senza gesti e senza pose grottesche e spavalde, austeramente", come asseriva l'amico poeta dialettale Adolfo Giuriato, concittadino scomparso anch'egli nel 1945. Dopo la guerra, a Milano si era rifatto un nome Gian Dàuli quale traduttore ed editore per la Modernissima. Quantunque un po' alla garibaldina, promuovendo i romanzi di vita vissuta del "boy socialista" Jack London (primo titolo Il richiamo della foresta nel 1924), suscitando quell'esaltazione che Emilio Cecchi bollerà, nel 1928, come "illusioni e ciurmerie", e ancora nel 1942 quale "culto balordo" che furoreggiava "in versioni dozzinali". Ciò nonostante, una iniziativa vittoriosa fra i lettori più giovani, ma che per Dàuli si risolse in un nuovo fiasco economico.
Rilevanti risultati di pubblico Gian Dàuli ottene invece come sagace romanziere, debuttando con il libertino ed estetizzante Perdizione (1920), vita di bohème tra arcangeli e luciferi, in una Roma corrotta di blasfema sensualità, libro di buone intenzioni letterarie. I cui protagonisti, compreso l'autore nelle vesti di editore e giornalista, riappariranno in Gli assetati (1933), seconda parte di una trilogia rimasta incompiuta, opera di un verismo più dannunziano che verghiano. Intanto, a partire da L'ultimo dei Gastaldon (1921), qualche critico aveva cominciato a prenderlo di mira, bersagliandolo proprio per questo suo lavoro particolarmente riuscito. Ma confuso in quella produzione, dilagante nel primo dopoguerra, che Cecchi definiva "scollacciata, che spesso rasentava la pornografia, e che in compenso era malissimo scritta ... una vera danza delle scimmie".
Dopo il contrastato ma vivo successo de La Rua (1932), che a Dàuli procurò qualche dispiacere, mancandogli il premio Viareggio, ma che lo fece conoscere all'estero grazie alle molte traduzioni, la sua notorietà si consolidava con biografie romanzate e monografie pseudostoriche, novelle amorose e racconti per bambini. Ma soprattutto con un romanzo sul "cammino dei morti" combattenti, sbilanciato tra esigenza di verità e militanza politica: Soldati (1935), più noto col titolo Il dono del cuore. Un libro di smoderati alalà interventisti, che enfatizzava il tema del cameratismo garibaldino in precedenza svolto nel farsesco Limonella si diverte (1920), ch'era una incerta pochade di ambiente militare con accelerazioni da comica cinematografica.
Fecero seguito due lavori di melodrammatica vicentinità, con figure di buon rilievo psicologico, nel conflitto tra nobiltà d'animo e nobiltà di casato: Ricostruire la vita (1938) e Il domani è nostro (1942). Quest'ultimo particolarmente felice, a giudizio di Giuriato, in quanto "opera degna della nostra Vicenza". Tra i due libri vicentini una storia in costume, più che romanzo storico: Giulietta e Romeo (1941), ricucitura della famosa novella che ebbe molti lettori, sull'onda della curiosità per i "castelli del sogno" di Montecchio Maggiore, da poco restaurati.
Una serie di opere, alternate alle più impegnative Carri nella notte (1941) e Cabala bianca (1944), che rifacendosi agli esempi narrativi europei, insieme ai modelli Verga e Fogazzaro, sovvertivano gli schemi dell'italica cultura dominante. Cosicché, vittima delle sue scelte anticonformiste, Dàuli si trovava emarginato nel ruolo di direttore editoriale e di traduttore. In questo ruolo peraltro riconosciuto pioniere di fondamentali collane di autori stranieri, in "versione originale", così scriveva, ispirate dalla necessità di "procedere a una revisione scrupolosa dei valori nostrani, per poter prendere nella letteratura mondiale quel posto che né i rondisti e successori, né i frammentisti, né i cerebralisti novecenteggianti sono in grado di procurarci". Un programma ch'era di stimolo a Cesare Pavese, interessato alla letteratura nordamericana.
Sicché ben pochi erano in Italia quelli che sembravano accorgersi del suo lavoro creativo, a parte la "onorata compagnia" dei lettori del suoi romanzi, ch'erano in vendita, non già nelle librerie, bensì "sulle bancarelle agli angoli delle strade, e nelle fiere e nei mercati", di cui si compiaceva l'autore. A noi suona stucchevolmente retorico, tuttavia appare sincero Dàuli quando scrive a prefazione di una sua ristampa, prendendosela con critici e librai: "Sono esultante, o vecchio romanzo, caro al mio cuore più di ogni altro, che tu esca dal chiuso delle librerie all'aria aperta, per le strade che amo tanto! ... Con quale profonda emozione ti penserò, o mio libro, tra le mani dell'operaio, del piccolo impiegato, della ragazza modesta e operosa!". Fortunatamente il narratore, a differenza del goffo prefatore, sapeva suonare anche tutt'altra musica.
"Maestro della suspense narrativa", lo chiama il biografo e critico Michel David, accompagnandoci ai luoghi della sua ispirazione: "I suoi romanzi vicentini (otto su undici, contro due veneziani e uno veneto) nascono tra Porta Padova e Caimpenta per spingersi fino al Foro Boario, o per gite alla "little Manchester" di Schio, o a Torrebelvicino, o per Venezia, Roma, Genova, Milano. In questi romanzi Vicenza è un fiore giapponese che si srotola sempre più, ma da un cuore fisso". Luoghi di una piccola patria amara, descritta senza vagheggiamenti consolatori, a volte con feroce umorismo, con sprezzo della morale corrente e indifferenza agli artifici della bella pagina, "da parte di chi era psicologicamente un ribelle anarcoide - avverte David - ma artisticamente un tecnico misurato".
Quindi un vasto quadro naturalistico, in un clima neoromantico, quello raffigurato dal nostro scrittore vicentino. Rappresentazione fatalistica di sventurate vicende famigliari, di uomini e donne alla deriva, che hanno "mancato la vita", ricreate con avvincenti ritmi narrativi nei suoi testi migliori, con angosciose atmosfere espressionistiche e tocchi luminosi d'impressionistica pittura. Un caleidoscopio di luci ombre e timbri, che mantengono vitali i suoi romanzi più persuasivi: vale a dire L'ultimo dei Gastaldon, un brillante controcanto all'erotismo di moda; il melodrammatico La Rua, che ruota intorno al degrado di una famiglia senza principi; il desolato Carri nella notte, che ricostruisce la vita distrutta di una donna umiliata e offesa; e il burlesco Cabala bianca, interpretazioni di sogni e frustrazioni quotidiane proiettate su uno sfondo apocalittico. Un "Kafka allegro" nonché "Chagall della scrittura", lo hanno chiamato in Francia a proposito di questo libro. Al tempo che in Italia spuntavano e subito appassivano i neorealisti, Dàuli era un espressionista e un oggettivista in evoluzione.
Alla sua morte, sopravvenuta a un malore improvviso, un necrologio fatto pubblicare dai famigliari a Milano annunciava la data delle esequie di "Gian Dàuli (G. Ugo Nalato), scrittore, capitano degli Alpini, mutilato di guerra"; e per desiderio dell'estinto si invitava alla creazione del "Premio letterario Gian Dàuli". Ma tutto cadde nel silenzio, appena interrotto da qualche isolato articolo di giornale a ricordarlo ogni tanto nell'anniversario della scomparsa. In tal modo svaniva l'immagine di questo vicentino espatriato, intraprendete editore e pubblicista che aveva aperto la frontiera agli scrittori stranieri. Fieramente avverso ad ogni "cooperativa di mutuo incensamento", era un libero artigiano della scrittura diventato artista, a dispetto dell'intellettualità impiegatizia dell'industria culturale.
Poiché quella del più genuino Dàuli è narrativa allo stato puro, di filmica evidenza, che arriva dritta allo scopo di raccontarla nuda e cruda al lettore, senza mandargliela a dire per interposta interpretazione. Un'arte difficile a trattare, che costringe i critici scolastici e dottrinari a ripartire da zero. Quindi del tutto ignorata a suo tempo dalla società letteraria intorpidita dall'estetica crociana e marxista, che indecisa come l'asino di Buridano tra poesia-non poesia e realismo-decadentismo, finiva col perdere dell'arte creativa le occasioni poetiche migliori.
Stefano Ebert
(1995)
Nota bibliografica:
R. Attardi, L'istinto e l'errore: pagine su "La Rua" di Gian Dàuli, Dall'Oglio, Milano 1952.
G. Dàuli, Cabala bianca, pref. di M. David, 2 voll., F.M. Ricci, Parma 1973.
A. Arslan, Gian Dàuli: peripezie di una riscoperta, "Odeon", n. 1, Vicenza, maggio 1980.
A. Vigevani, Ricordo di Gian Dàuli. Un editore sfortunato, "il Giornale", Milano, 25 ottobre 1989.
M. David, Gian Dàuli editore, traduttore, critico, romanziere, Banca Popolare Vicentina, Scheiwiller, Milano 1989.